Beatrice Menozzi
“L‘uomo è misura di tutte le cose”: sono parole di un sofista greco e di un remoto passato, ma potrebbero appartenere, anche, al presente di Oscar Piovosi, artista originario di San Polo (Reggio Emilia), autodidatta, il cui sentimento pittorico è tutto, o quasi, concentrato sull’uomo. E sul suo mascheramento, sul suo doppio, sulla sua parodia. Perché, ci suggerisce Pirandello, l’uomo è uno, nessuno e centomila. In realtà, nella vivida tavolozza di Piovosi, c’è poco di intellettualistico, di forzatamente (e falsamente) culturale: egli utilizza la pittura per farne, con immenso piacere, ancora pittura.
Di qui nasce l’amore mai tradito per il dettato figurativo, l’attenzione da illustratore alla resa del dettaglio, l’attrazione per l’esistente, nella sua cangiante mutevolezza; l’abilità descrittiva non è diligenza da principiante ma cura dei soggetti che la realtà consegna alla sua pittura e la pittura alla potenza di un ricordo che è trasfigurazione ma mai tradimento. L’uso del colore, preso da una tavolozza espressionista che viene declinata in tonalità forti e netti contrasti, contribuisce, talvolta, ad animare la figura di significati inquietanti. Questo avviene, in particolare, nel lungo repertorio dedicato ai clowns. “Pittore di clowns” è l’appellativo con cui l’artista viene per lo più identificato dal pubblico: un’etichetta di cui per nulla si vergogna, dato che la sua opera è, appunto, al pubblico rivolta (oltre che a sé stesso). Ma è, come ogni etichetta, riduttiva. I clowns, è vero, appartengono al passato ed al presente pittorico di Piovosi, anzi, hanno segnato un suo felice ritorno all’arte dopo uno iato durato una ventina di anni: Piovosi non è “pittore di clown” nel senso che non è solo questo. Basta citare dipinti recenti come “Maschere a Venezia” (2007) o “Maschere sul pontile” (2007) o, ancora, “Il leone di Venezia” per capire come i volti, facendosi strada tra il trionfo dei colori ed i marcati effetti chiaroscurali, sono belli da vedere ma anche da guardare, nel senso che invitano lo spettatore a guardarli a fondo, a scrutarli oltre il mascheramento. Per scoprire cosa? Che la vita è un eterna mascherata, un castello di finzioni, un gioco tragico ma anche un po’ ridicolo….un invito a piangere o forse….a ridere? Non è dato sapere: nulla trapela dalla fissità remota di questi volti truccati e imparruccati, che, pure, interpellano il visitatore con mute domande. In ogni caso, al di là dei vani tentativi di interpretare, basta, lo ripetiamo, guardare. Infatti, l’artista è da sempre sensibile, più che al richiamo dei nuovi “ismi” della pittura, alla pittura intesa come tradizione, come culto del disegno e della figura. L’unico elemento “di rottura” è la gamma cromatica che, in particolare nella galleria dedicata a maschere di carnevale e clowns, assume un timbro quasi visionario, accentuato dal contrasto con le nere linee di contorno.
“Oggi è possibile tutto e, quel che più conta, nessuno se ne stupisce”: sono parole di Gauguin, pronunciate più di un secolo orsono, tragicamente attuali. Tutto è ormai stato usato ed abusato, allora la vera trasgressione non sta, forse, nel tutto voler cambiare, ma nel riuscire a rimanere fedeli a sé stessi, ai propri valori. Infatti Piovosi vive la pittura come un valore, un valore quasi sacrale, al quale lui tiene fede come l’officiante di un rito. Per questo, per il rispetto che ha di un’arte intesa come rigoroso lavoro artigianale, a cui accostarsi con l’atteggiamento di chi non ha mai finito di imparare, il suo repertorio, recente e passato, presenta anche escursioni in ambiti della figurazione diversi dal soggetto umano, in particolare paesaggi e nature morte.
I paesaggi raffigurano luoghi per lo più familiari, sui quali lo sguardo trascorre velato dalla capacità di sublimazione del ricordo e, talvolta, della nostalgia. Ne nascono scorci di natura solitaria, incontaminata, dove il rischio di una resa troppo illustrativa, di un eccesso di sentimentalismo viene scongiurato grazie all’uso di un inusuale supporto: la carta fatta mano. Questo approdo, frutto di una collaborativa amicizia con l’artista cavriaghese Andrea Acerbi, da Piovosi più volte ritratto (es.”Andrea il Grosso” 2008) offre alla pennellata una superficie porosa, accidentata, su cui espandersi, rendendo il tratto morbido e per niente scolastico, con un effetto di studiata approssimazione. Si vedano, a tale riguardo, opere come “Canossa sullo sfondo dell’Enza” (2008) o “L’Enza a Guardasone” (2008). Al di là di tali sconfinamenti tematici, tra i quali si colloca anche la serie delle nature morte (“Uva e vasi”, 1986; “Lambrusco e melograno”, 1986; “Melograni e cachi”, 2009) dotate di sobria armonia compositiva e di una cromia stemperata e soffusa, ciò che irresistibilmente attrae lo sguardo poetico di questo artista resta la figura umana. E la mano, la pennellata, si muovono di conseguenza. Non è, però, un uomo calato in una veste eroica, celebrativa. L’uomo di Piovosi è un eroe del quotidiano: i ritratti, che emergono come visioni da un fondo sgranato, indistinto, l’artista può chiamarli per nome: sono “Nadia” (2009), “Andrea” (2009), “Giorgio” (2009), “Carlomagno” (2009)…..I loro tratti affiorano da una ricerca che il pittore conduce non dall’esterno, ma dall’interno della sua empatia con essi. Raramente questi volti sorridono eppure, nella loro profondità assorta e quasi malinconica, non risultano mai cupi. Merito di un cromatismo sfumato e piegato ad effetti chiaroscurali, come di un’attenzione prestata allo sguardo quale fulcro della rappresentazione. Non poco per un’artista che, con modestia, non esita a definirsi “pittore di clowns”.
Agosto 2009